Scrivere di un film, posta la assoluta soggettività del media, è spesso
complicato….Scrivere di un film tratto da uno dei romanzi che ho più amato ed amo alza ulteriormente l’asticella, ma tant’e….Prendiamo la pala, dunque, e scaviamo.
Per chi non lo sapesse, magari perchè non frequenta gli scritti del Re del Maine, Pet Semetary, pubblicato nel 1983, è per me uno dei piu bei romanzi di King, scritto nel pieno della maturità e fra i piu amari e ricchi di pathos che il Nostro ci abbia donato.
La leggenda ci tramanda che King abbia tratto la primitiva ispirazione per il romanzo dalla novella macabra edita nel 1902 ” La zampa di scimmia (The monkey’s Paw)”, di William W. Jacobs, splendido esempio di penny dreadful novecentesco, portando però la trama originale oltre le pur terribili conseguenze paventate dallo scrittore inglese.
La narrazione della progressiva discesa negli Inferi del protagonista, il Dottor Luis Creed, ci accompagna per quasi 500 pagine verso una redenzione che non ci sarà, in un vortice di dialoghi evocativi e descrizioni di panorami spettrali di rara intensità….
Nella migliore tradizione nietzschiana Luis e l’abisso si fronteggeranno per
tutto il romanzo, con conseguenze terrificanti, conducendoci ad un finale amaro e privo di qualsivoglia lieto fine.
Per chi, incuriosito volesse approfondire la trama del romanzo…
https://it.wikipedia.org/wiki/Pet_Sematary_(romanzo)
A conferma del rapporto assai stretto ma al contempo controverso del Re con la Settima Arte, l’anno 1989 vede l’uscita del film “Pet Semetary”, della regista americana Mary Lambert, che arriva in italia con l’improvvido titolo “Cimitero Vivente”… Il Re collabora alla sceneggiatura, apparendo in un cameo nel ruolo di un sacerdote. Da rimarcare, nella colonna sonora originale, la splendida titletrack Pet Cemetary, ad opera dei Ramones.
https://www.youtube.com/watch?v=F3J0iwwsq-w
La pellicola, priva di picchi attoriali da ricordare, riscuote comunque un discreto successo, tanto da portare in dote un trascurabile sequel datato 1992 ad opera della stessa regista.
A seguire il Cimitero degli Animali chiude i suoi cancelli, ma, nel 2018, sull’onda del clamoroso quanto inopinato successo di IT, viene annunciato da Paramount Pictures il remake del film, ad opera di una coppia di giovani registi statunitensi,
Kevin Kölsch e Dennis Widmyer, con uscita nelle sale italiane prevista per il
maggio del 2019.
Preceduto da una buona campagna mediatica che culmina in una brevissima anticipazione a corredo di un documentario sul Maestro del Brivido, andato in onda il 1 maggio sul canale Paramount del digitale terrestre, il film prende avvio con l’arrivo della famiglia Creed a Ludlow nel Maine, amena località universitaria che sarà il teatro della vicenda. La breve sequenza iniziale, macabro ponte con la fase finale del film, ci introduce ai protagonisti:
Jason Clarke e Amy Seimetz, che impersonano i coniugi Creed con sufficiente personalità, mentre i loro due figli vengono interpretati dai giovani attori Jetè Laurence nei panni di Ellie e i gemelli Hugo e Lucas Lavoie nel ruolo dell’infante Gage.
Ultimo ma non meno importante, il gatto Church, animaletto della piccola Ellie, futuro trait d’union fra il misteri del cimitero indiano e le vite dei suoi proprietari.
Le soporifere sequenze iniziali dedicate all’acclimatamento della Famiglia Felice ci conducono alla iconica scena in cui Ellie e Rachel, attirate dal suono di un
tamburo, vedono sfilare una teoria di bambini che indossano maschere da
animali, intenti a trasportare il corpo di un cane. Personalmente ho trovato questa immagine potente ed immaginifica, a suggerire l’importanza e la solennità di un luogo così importante. Le maschere, tocco scenografico e pagano, rimandano a riti e divinità di molte antiche civiltà, quella egizia su tutte…
In seguito la giovane Ellie si avventura da sola nel bosco, seguendo le tracce della strana processione, sino a raggiungere una radura gli alberi, ove gli sceneggiatori ci introducono a due importanti protagonisti: Jud Crendall, impersonato con indolente maestria dall’attore feticcio di DePalma, John Lithgow, e la inquietante
e convincente location che da il titolo al film. La fotografia livida e i suggestivi boschi restituiscono al piccolo cimitero una dignità perduta negli anni 90, dove l’area pareva piu una discarica di rifiuti che un sito funebre.
Da questo punto in poi, il film inizia a discostarsi, gradatamente e senza apparente motivo, dalla storia originale…L’approccio di Luis al cimitero, al seguito di Jud, avviene in maniera semplificata, così come l’introduzione della figura di Victor Pascow, non più arcano messaggero al servizio di una entità superiore e benevola, ma semplice espediente per giustificare brevi sequenze grandguignolesche in stle E.R.
Il ritorno di Church, primo vettore della forza oscura che risiede nel luogo di sepoltura celato nei boschi, viene trattato con superficialità ed approfondito solo con fuggevoli ricerche su internet di Luis, che privano della sua potenza un
avvenimento altrimenti eclatante.
Altrettanto scarne le spiegazioni sui motivi per cui il terreno di sepoltura dei Mic Mac, torreggiante sulla palude del Piccolo Dio, sia diventato impuro. La figura del Wendigo, solo accennata, non incute timore, mimetizzata fra le illustrazioni di un anonimo libro che rendono insignificante il mostruoso demone zoomorfo, custode e prigioniero di un limbo magico, del quale, però, non è sovrano… Lo scrittore americano conduce con sapienza il suo lettore al convincimento che vi sia una forza oscura e primeva, Lovercraftiana, più antica del cimitero stesso, che
agisce per tramite della Mesa rocciosa celata fra i boschi, una forza tanto potente da poter spostare equilibri e generare scientemente eventi quali la morte del gatto Church e del piccolo Creed, al solo scopo di permettere nuove incarnazioni di suoi emissari fra noi, e così pericolosa da necessitare il palesarsi di altre entità, anche se opposte, che hanno il compito di vegliare ed impedire che questo avvenga, anche per mezzo di attori involontari quali lo sfortunato Victor Pascow. Come già accaduto nel poderoso IT, King evoca uno Ying ed uno Yang in perenne lotta fra
loro, al fine di preservare i difficili equilibri del nostro mondo terreno.
Come se tutto questo non fosse abbastanza per farci storcere il naso, Il film ci priva della approfondita sottotrama psicologica che acclara i motivi del rifiuto di Rachel ad accettare la morte intesa come fase dell’esistenza, figlia nel romanzo del
traumatico rapporto fra la piccola Rachel e la sorella malata e deforme, Zelda, della cui morte la donna si autoaccusa. Altrettanto sfumati, e relegati simbolicamente ad un paio di occhiate in tralice in altrettante scene corali, i rapporti assai tesi fra il Dr.Creed ed il suocero, che sia nel romanzo che nel film precursore, generavano una delle scene più genuinamente orrorifiche della storia raccontata dal Re, e cioè la rissa fra suocero e genero alle esequie del piccolo Gage, con la conseguente ed involontaria profanazione della bara del bimbo.
Ma è con la morte di Ellie, che la sceneggiatura supera il punto di non ritorno, salutando il romanzo e divenendo, di fatto, un qualsiasi film dell’orrore da pomeriggio su Netflix, a dispetto di uno sviluppo della scena che instilla per un istante il dubbio sull’identità della vittima che darà il “La” alla perdizione di Luis Creed.
Da quel momento il titolo assume le caratteristiche di un furbo reboot, ideale trampolino per seguiti e merchandising vari. La storia viaggia fiacca e prevedibile fra jumpscares telefonati e blande citazioni come la chiamata al cellulare che
distrae il camionista killer di Ellie (Chi mi chiama?Oh, è Sheena la punk rocker dei Ramones, colonna sonora dell’arrotamento di Gage nel primo film) o il furbesco cartello stradale indicante la prossimità con Derry durante il disperato rientro a casa di Rachel, messo li a suggerire probabili attinenze con il territorio di caccia
di Pennywise.
La conclusione della storia arriva sui binari: la mattanza di Jud da parte della ritornante Ellie, con la scena in cui la bimba si trasfigura, assumendo
brevemente le sembianze della moglie del vecchio vicino (dicendoci fra le righe che forse Jud ha mentito, e ha tentato anche lui, anni prima, di riavere la moglie morta sfruttando gli oscuri poteri del cimitero indiano); Il catartico rifiuto di Rachel che non riconosce nella creatura resuscitata sua figlia, suscitandone la furia e pagando con la vita il suo materno coraggio; La distruzione della Famiglia
Felice, dopo un duello rusticano fra padre e figlia sullo sfondo del luogo ove la storia ha preso avvio, con il Deus ex Machina oscuro che sposta verso le tenebre i fragili equilibri, condannando la famiglia Creed alla distruzione, fagocitata dalla forza malvagia che alberga nei boschi.
Come nel romanzo, come unico punto di contatto residuo, non c’è spazio per il lieto fine. Il finale ci restituisce un prodotto di massa, pop corn oriented, che poco o nulla ha conservato della forza gotica, visionaria e nichilista del romanzo di King.
La stessa visione suggerita da Ellie, che definisce come un inferno la vita dopo la morte, ci riporta al vuoto dei nostri tempi, sempre piu dominato dall’apparire e dalla deprivazione di quelle certezze, anche spirituali, che hanno sostenuto da sempre la nostra umana e disperata ricerca di risposte a domande quali quelle poste in una certa misura dal romanzo. In conclusione un film gradevole per gli stilemi del genere, ma non memorabile, scriptato e prevedibile, che ritengo una occasione mancata, ed un prodotto decisamente inferiore alla rilettura di IT ad opera di Muschietti, che, presumibilmente, a settembre, farà terra bruciata al botteghino del brivido, confermandosi se non la migliore trasposizione kinghiana,
una delle più convincenti e appetibili alla visione.
Mi resta un solo dubbio…Ma se lo splendido Shining di Kubrick non fu mai accettato e benedetto come degno dal Maestro del Brivido, perchè il Re permette ,oggi, una rilettura così approssimativa del suo lavoro? Se mi rispondesse, lo domanderei a Lui, ma non credo mi piacerebbe la risposta…
